FINALISTA PREMIO CALCANTE - SIAE PER LA DRAMMATURGIA 2011
“Una donna quando nasce è già una donna, anche se agli occhi di una
mamma è sempre una bambina”
Un monologo acuto
e struggente che vede l’attrice-autrice incarnare tre generazioni di
donne, vittime di una violenza efferata e crudele che si consuma fra le
mura domestiche; una violenza taciuta, intorno a cui si costruiscono
menzogne e tormenti. Le tre voci si alternano in un corpo che si
trasforma e si muove in un gioco di figurazioni, ricordi e realtà, fra
le note sincopate di una ricercata mistura di dialetti meridionali. Un
monologo intenso che immerge lo spettatore in un'esperienza sensoriale
ed emotiva, in un'epoca e in una terra del Sud, legata alle tradizioni,
al giudizio e alla voglia di cambiare.
Sinossi
È il 1954. Carmela,
dopo la morte prematura del padre, si trova costretta a crescere da sola
con mamma Rosina, in un paesino del sud Italia. Scampata al pericolo di
essere rinchiusa in convento, come suggerivano alcune vecchie comari, la
piccola Carmela trascorre la sua adolescenza fra le paure di una madre
frustrata e severa, vittima di attenzioni indiscrete e chiacchiere di
paese. Rosina, rimasta vedova, inizia a lavorare in una masseria come
lavandaia e questo permette a lei e a sua figlia di vivere una vita
dignitosa. Intanto gli anni passano veloci. È il 1974. Carmela ha
ventisette anni, è già una donna, una giovane donna. Zitella, dicono
tutti. Sono gli anni settanta, gli anni della presa di coscienza
della condizione della donna, gli anni dei movimenti femministi, gli
anni della legge sul divorzio, ma per molte donne la vera emancipazione
appare ancora “molto lontana”.Invece è vicina per Carmela
un'inaspettata occasione di matrimonio. E' il giorno della festa di San
Rocco, festa patronale del paese, Carmela viene sedotta da un giovane
forestiero, che abusa di lei privandola per sempre della sua libertà.
Gli anni settanta erano anche anni di grande arretratezza sessuale e
soprattutto nelle piccole realtà di provincia, le alternative al
nubilato, per una ventisettenne sedotta e abbandonata, erano
davvero molto poche. Per cui, la paura delle chiacchiere diventa per
Carmela ancora più forte della violenza subita: il pensiero di
denunciare quell'uomo, che a detta di tutti era un bravo ragazzo,
si trasforma nell'accordo forzato di arrivare a sposarlo. Il matrimonio
di Carmela si rivela da subito un fallimento, aumentano i graffi, i
lividi e gli occhi neri; e l'arrivo della piccola Lucia, non migliora le
cose. Passano tre anni e la bambina inizia a capire la differenza fra
buono e cattivo, ma l'orgoglio di Carmela di apparire, agli occhi di
mamma Rosina, come una donna felice, la porta a resistere ai soprusi e
alla violenza; fino a quando, gli occhi innocenti della piccola Lucia,
la spingeranno a decidere di scappare, ma non riuscirà mai a farlo.
Lucia ritroverà sua madre in una pozza di sangue, senza vita, vittima
dell'assurda follia di un padre, che forse non rivedrà mai più.
Note di regia
Quando sentiamo la
parola “violenza”, il pensiero va subito agli schiaffi, ai pugni, ai
calci, insomma, all’aspetto puramente fisico. Purtroppo non sempre,
anzi, quasi mai, violenza è “solo” questo. Soprattutto se accanto a
questa parola ce n’è un’altra: “domestica”. Spesso taciuta, la violenza
domestica, è in grado di cambiare irreversibilmente la vita delle
persone coinvolte, anche indirettamente. E’ quello che succede a Lucia,
figlia di una madre che ha pagato a caro prezzo un matrimonio forzato
(conseguenza delle “chiacchiere della gente”!), di una madre severa e
possessiva, di un padre scomparso troppo presto, di un momento in cui
non è riuscita a dire un “semplice” no. Lucia non ha mai voluto parlare
di suo padre. Ha cancellato il ricordo di una domenica tranquilla che
suo padre ha trasformato in un tormento. Ha costruito una nuova vita,
fingendo di non aver mai avuto un padre e una madre morta, ammazzata da
quello stesso padre. Ma certe cose non si dimenticano. E’, in un giorno
qualunque, i ricordi cominciano a riaffiorare, con veemenza, facendosi
largo in un animo distrutto, spoglio, scevro da qualsiasi sentimento. Ed
ecco, allora, che comincia un cammino all’inferno, faccia a faccia con i
peggiori incubi che Lucia ha sempre cercato di reprimere, di spingere in
fondo alle caverne più scure della sua psiche: un viaggio in cui Lucia
rincontrerà e rivivrà i personaggi e le emozioni che hanno segnato
indelebilmente e irreversibilmente la sua vita. Una prova da superare
per arrivare, non alla redenzione, ma a una nuova consapevolezza, alla
possibilità di vivere la vita sopportando finalmente il peso dei suoi
ricordi.
Il palcoscenico è
vuoto, al centro Lucia, inchiodata su di uno sgabello, per tutto il
tempo immobile, impotente, persa nel labirinto oscuro della sua mente,
alla ricerca di un’espiazione di errori mai commessi.
Dicevano che gli errori li paga chi li fa! La verità è che gli errori li
paga chi li subisce!
È avvolta nella
nebbia. I suoi ricordi appannati, repressi, riemergono come lampi di
luce accompagnati da suoni che le fanno paura, la scuotono. Strettissimi
fasci di luce colorata si fanno strada tra il fumo per ricordarle che,
alla fine di quel tunnel, una possibilità d’uscita c’è. Prima, però,
deve attraversarli tutti, quei colori: il ghiaccio, simbolo della
freddezza, dell’immobilità, della durezza dei suoi ricordi; il rosso,
per tutti i momenti nei quali riaffiorano i ricordi delle violenze; il
viola, colore dei lividi, del dolore. D’improvviso una luce bianca e
calda porta con sé un momentaneo stato di calma. Lucia non c’è più, ha
lasciato posto alla persona che si è presa cura di lei quando è rimasta
sola: nonna Rosina, che, con un forte accento del sud Italia, racconta
la storia di tre generazioni di donne distrutte da un unico dramma.
Una femmina quando
nasce è già una femmina, pure se agli occhi di una mamma è sempre una
bambina.
Subito, però,
quella luce si spegne e, nuovamente avvolta nel fumo, riappare Lucia. Lo
spettatore prova angoscia, rabbia, avverte il senso di claustrofobia che
pervade la protagonista, le immagini si susseguono rapide, una dietro
l’altra, senza sosta, senza respiro, fino a quando Lucia, che è riuscita
a trovare la forza di alzarsi dallo sgabello su cui è rimasta seduta
tutto il tempo, deciderà di perdonare suo padre.
È
tutto finito, papà.
Tutto non è finito,
però. Sul palcoscenico c’è un nuovo personaggio, evocato per tutto il
tempo. Ecco che prende finalmente forma Carmela, la madre di Lucia.
Racconta la sua infanzia, le sue paure, il suo amore, la sua morte. E,
su un apparente dolce e romantico lento che le piaceva tanto e che le
ricorda le feste in casa da ragazza, si alzano alte le grida, e lo
strazio della violenza, adesso, arriva con tutta la sua potenza, con
tutta la sua drammaticità.
Un'unica attrice,
tre personaggi. Piccole variazioni vocali, di accento. Pochi elementi
visivi (uno scialle per la nonna, una vestaglia per la madre) e cambi di
angolazione delle luci donano ai tre personaggi una verità
interpretativa che fa dimenticare al pubblico di trovarsi di fronte,
ogni volta, alla stessa attrice. E sarà così che tre generazioni di
donne, ognuna con il proprio punto di vista, ci ricorderanno che si può
perdonare, ma mai dimenticare, lasciando lo spettatore pervaso da quel
senso di sconfitta che ormai appartiene indistintamente a tutti noi, cui
sembra tutti ci siamo abituati, e verso il quale tutti ci sentiamo
impotenti. Perché in fondo:
Lui
mi vuole bene a me. Uno schiaffo, uno schiaffo solo. E cos’è uno
schiaffo?!
Note dell’autrice
“I
diritti delle donne sono requisiti fondamentali per costruire una vera
democrazia”. [1]
La violenza sulle
donne è uno dei più frequenti esempi di “cronaca alla moda”;
malgrado sia un problema così diffuso, è una novità politica, non ancora
un’emergenza. Spesso una violenza non denunciata, spiana la strada
all’omicidio, ma soltanto il 18% delle donne sa di trovarsi difronte ad
un reato. Per l’opinione pubblica, l’omicidio derivato da una relazione
di coppia “malata”, resta un fatto privato e lo Stato non sempre
condanna il marito violento o il povero padre, depresso perché
disoccupato.
Questi sono i
riverberi di una realtà che ospita sempre più crimini, la cui natura va
di pari passo con i cambiamenti della società, Cambia la società,
cambiano le cause dei crimini, ma il reato rimane. E continuiamo ad
alzare le spalle di fronte agli articoli che riducono il tutto ad una
parola: “Raptus”.
Nella maggior parte
dei casi la notizia viene diffusa sulla base di indicatori comuni: si
parla del colpevole, dell’arma, del movente, molto poco della vittima,
quasi mai delle ripercussioni di una strage su un figlio. Ci sono
centinaia di articoli, che suonano la stessa canzone con note
apparentemente diverse, ma sempre rivolte al lettore che compra la
rivista col titolo migliore. I casi sembrano così tutti uguali, sempre
la solita storia, anche se ogni storia ha i suoi protagonisti e i suoi
finali a sorpresa.
Io non parlo della
notizia, ma del “fatto”, perché la notizia muore, il “fatto” rimane. Ho
visto e ascoltato donne, che hanno trovato il coraggio di difendersi con
i pugni stretti, ma anche donne perse in lunghi silenzi di paura. Alcune
si sono rialzate, altre si sono spente per sempre. Ci sono donne che
subiscono violenza ogni giorno, ma rimangono zitte, legittimando graffi,
lividi e occhi neri per non macchiare il buon nome del marito.
Nessun riferimento
a persone, la cronaca conserva una nutrita lista di nomi e cognomi e
ognuno di noi, ne conosce almeno uno. Questa è solo una delle storie,
fra le tante testimonianze raccolte, proposta come il risultato di una
riguardosa rielaborazione drammaturgica.
Le piccole voci,
hanno bisogno di strumenti forti per parlare. Io ho scelto il teatro. Il
cieco che non vuole vedere può ancora ascoltare.
[1]
Risoluzione del Parlamento Europeo, quarta conferenza sulla piattaforma
mondiale di azione per le donne, Punto 4
Riferimenti web:
www.intergea.it
CHI SONO ????
Terry
Paternoster
dopo il Diploma d’Arte Drammatica si laurea in Arti e Scienze dello
Spettacolo – Teatro e Arti Performative – alla Sapienza di Roma. Inizia
la sua carriera professionale occupandosi principalmente di teatro.
Riceve numerosi riconoscimenti come migliore attrice. Fra gli ultimi:
Premio Radio RAI Microfono di Cristallo; Premio Imola per il Teatro,
Chiave d’Argento consegnata dal presidente di giuria Roberto Herlitzka;
Premio “In Breve” Teatro Puccini di Firenze. Nel 2010 con “Nel nome del
padre” è finalista al Premio Calcante per la Drammaturgia (Siad). Nel
2011 pubblica con Arduino Sacco Editore “Lo Pozzo Magico”.
Domenico
Laddaga,
attore e regista. Dopo il diploma d’Arte Drammatica fonda, insieme ad
altri giovani attori e sotto la guida del maestro Vito Cipolla (allievo
di Orazio Costa) la compagnia teatrale “Le Vignacce” con la quale
gestisce il Teatro “Maurizio Fiorani” di Canale Monterano.Firma la prima
regia in uno spettacolo dedicato a Giorgio Gaber e continua da allora la
sua carriera in teatro e nel cinema.
INTERGEA,
nata nel ‘97, si occupa di progettazione, produzione e gestione di
progetti teatrali (Nel nome del padre, Amore e Psiche, Libertà è
partecipazione, Closer, Donna de Paradiso), musicali (Francesco Sossio
Sacchetti, Michele Giuliani) e cinematografici (La misteriosa fiamma
della regina Loana, L’ascensore, Roots, Non credea mirarti, Uno di noi,
Il cielo non cade, Genesi)